Vinicius Jr e l’ombra del razzismo: il protocollo UEFA funziona davvero?
Martedì è andata in scena una delle più scene più brutte del mondo del calcio. Dopo un’esultanza, forse anche polemica, di Vinicius Jr in seguito al gol ai danni del Benfica, la partita è stata sospesa per dieci minuti dall’arbitro francese Françoise Letexier, che ha fatto una X con le braccia a segnalare che era appena avvenuto un possibile caso di razzismo in campo.
La ricostruzione dell’episodio
Secondo il racconto dell’attaccante, l’insulto sarebbe arrivato dal centrocampista Gianluca Prestianni, accusa respinta con fermezza dal giocatore argentino. L’arbitro è intervenuto subito, fermando la partita e segnalando l’accaduto con il gesto delle braccia incrociate. Eppure, anziché concentrarsi sul benessere del giocatore, l’attenzione si è rapidamente spostata sul rispetto del protocollo. Dopo circa dieci minuti di sospensione, la gara è ripresa, con Vinicius apparso isolato e lasciato solo a gestire il peso della situazione.
Critiche al protocollo UEFA
A criticare il sistema è stato l’editorialista di BBC Sport, Guillem Balague, secondo cui nei casi di razzismo “tutto ricade sulla vittima”.
“Il minimo sarebbe mostrare empatia, invece spesso chi denuncia finisce per sentirsi sotto accusa“, ha spiegato Balague. “Alla fine la decisione di continuare o meno a giocare viene scaricata interamente sul giocatore”. Ora la palla passa alla UEFA, che riceverà il rapporto ufficiale dell’arbitro e avvierà la propria indagine sui fatti di Lisbona. Ma resta una domanda di fondo: il protocollo attuale è davvero adeguato?
Le regole applicate al caso Vinicius-Prestianni
Secondo Kick It Out, l’organismo britannico che si occupa di contrastare il razzismo nello sport, trovare una soluzione perfetta è estremamente complesso. Il presidente Sanjay Bhandari ha ammesso che la sospensione temporanea della partita è “il meno peggio tra scenari negativi”, ma non soddisfa pienamente nessuno. Il protocollo Uefa in tre fasi, introdotto nel 2009, consente all’arbitro di interrompere il gioco, sospenderlo o addirittura abbandonarlo in caso di episodi gravi e reiterati. Tuttavia, se l’arbitro non sente direttamente l’insulto, le sue possibilità di intervento restano limitate. Nel caso di Vinicius, l’assenza di prove immediate ha trasformato tutto in una delicata mediazione tra le squadre per far riprendere la gara. Situazioni simili si sono già verificate.
Altri casi di razzismo
In Premier League, ad esempio, l’arbitro Anthony Taylor ha applicato il protocollo dopo la denuncia di Antoine Semenyo durante la partita tra Liverpool e Bournemouth ad Anfield. Nel corso degli anni, la Uefa ha rafforzato la propria linea contro il razzismo, anche attraverso il documento “European football united against racism”, promosso nel 2013 sotto la guida di Gianni Infantino. Tra le misure più severe, la squalifica minima di dieci partite per i giocatori colpevoli, come accaduto nel 2021 a Ondrej Kudela dello Slavia Praga per gli insulti a Glen Kamara dei Rangers.
Come deve comportarsi l’arbitro
Il gesto delle braccia incrociate a formare una “X”, visto a Lisbona, non rientra invece nel protocollo Uefa: è stato introdotto dalla FIFA nel 2024 per rendere più chiaro il motivo dell’interruzione di una partita. Secondo l’ex assistente arbitrale internazionale Darren Cann, il compito principale dell’arbitro resta quello di rassicurare il giocatore offeso e dimostrare che la segnalazione viene presa seriamente. Ma anche Cann ammette che abbandonare il campo resta l’ultima e più estrema opzione.
“Il problema – conclude Bhandari, presidente di Kick It Out – è che certi insulti vengono pronunciati apposta lontano dall’arbitro. Ma se una squadra decidesse di lasciare il campo in solidarietà con un compagno, noi la sosterremmo. Nessuno si aspetterebbe che un attore continui a recitare dopo un insulto razzista: perché nel calcio dovrebbe essere diverso?“.