Perché Francia-Italia non sarà mai una partita come le altre

Icona Autore Iacopo Erba
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Fabio Cannavaro e Zinedine Zidane (Getty Images)

Venerdì 2 ottobre, alle 20.45, allo Stade de France di Saint-Denis, Francia e Italia torneranno ad affrontarsi nella terza giornata del Gruppo A1 di Nations League. E non sarà soltanto una partita importante per la classifica e nemmeno semplicemente il confronto tra due delle nazionali storicamente più prestigiose del mondo. Sarà, soprattutto, un nuovo capitolo di una storia che negli ultimi trent’anni ha prodotto finali mondiali, finali europee, rigori, golden goal, espulsioni, rivincite e personaggi capaci di diventare simboli ben oltre il campo.

E questa volta c’è un dettaglio che rende tutto ancora più particolare: sulla panchina della Francia ci sarà infatti Zinédine Zidane, l’uomo che ha attraversato da protagonista alcune delle pagine più importanti della rivalità con l’Italia finendo sia dalla parte giusta che da quella sbagliata della storia. Zidane era in campo nella finale di Rotterdam del 2000, quella del golden goal di David Trezeguet che tolse agli Azzurri un Europeo praticamente già vinto. Ed era ancora in campo sei anni più tardi, a Berlino, quando segnò il rigore del vantaggio francese, vide Marco Materazzi pareggiare e finì la sua carriera con un cartellino rosso dopo aver abbattuto proprio il difensore azzurro con la più celebre testata di sempre. Ora Zidane torna a vivere Francia-Italia da un’altra posizione: non più con il numero 10 sulle spalle, ma con la giacca del commissario tecnico. Ed è difficile immaginare un intreccio più suggestivo per una partita che, per entrambe le nazionali, ha smesso da tempo di essere soltanto una partita.

Dove la storia comincia

Francia-Italia non nasce nel 2000 e non nasce nemmeno con la generazione di Zidane. Le due nazionali si affrontano infatti da oltre un secolo e il bilancio complessivo racconta una rivalità antica, attraversata da periodi molto diversi. Ma è soprattutto a partire dagli anni Novanta che il confronto assume una dimensione particolarmente di rilievo, perché le due squadre cominciano a incrociarsi con una frequenza quasi naturale nelle fasi decisive delle grandi competizioni visto l’impatto delle due scuole calcistiche in quegli anni. Il primo episodio della lunga memoria contemporanea arriva ai Mondiali di Francia 1998. Nei quarti di finale, a Saint-Denis, Italia e Francia chiudono 0-0 dopo 120 minuti. E lì agli azzurri non bastarono il talento di Roberto Baggio o la mano salda di Cesare Maldini: la partita finisce ai rigori e sono i padroni di casa a passare il turno, complici gli errori di Demetrio Albertini e Gigi Di Biagio. La Francia arriverà fino alla finale e vincerà il Mondiale triturando il Brasile, dando inizio così alla generazione destinata a dominare il calcio internazionale tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio.

Rotterdam, quando l’Italia aveva già vinto

Il 2 luglio 2000, allo stadio De Kuip di Rotterdam, Francia e Italia si incontrano nella finale degli Europei. È una di quelle partite che il tempo non riesce a consumare: equilibrio tattico quasi assoluto, un vantaggio conservato per oltre mezz’ora, un pareggio arrivato quando il titolo sembrava ormai assegnato e, infine, un gol che chiude la partita senza lasciare all’avversario nemmeno il tempo di reagire. L’Italia di Dino Zoff passa in vantaggio al 55′ con Marco Delvecchio. È un gol che cambia la partita e, soprattutto, la percezione del tempo. Gli Azzurri resistono, la Francia fatica a trovare spazi e il cronometro scorre oltre il novantesimo. Poi arriva Sylvain Wiltord che riceve il pallone sulla sinistra, entra in area e calcia verso Francesco Toldo.

È il pareggio, ma soprattutto è una mazzata terribile per gli Azzurri che già sentivano tra le mani il trofeo. Un sogno che si sgretola dietro la beffa del golden gol: al 103′, Robert Pirès si libera sulla sinistra e serve David Trezeguet. L’attaccante francese colpisce il pallone al volo e lo spedisce sotto la traversa. Fine. Non c’è più partita, nessuna chance di replica. La Francia è campione d’Europa e quella resta ancora oggi una delle sconfitte più dolorose nella storia della Nazionale italiana proprio per come è maturata. Il Dio del calcio, quella sera a Rotterdam, ha scelto una vincitrice nel modo più crudele possibile. E Zidane era lì. Non segnò il gol decisivo e non fu lui a chiudere la finale, ma fu uno dei simboli di quella Francia. Aveva già vinto il Mondiale due anni prima e a Euro 2000 sarebbe stato indicato come miglior giocatore del torneo. La sua presenza nella finale diventa così il primo elemento di una connessione che sei anni più tardi assumerà una forma quasi cinematografica. Il protagonista del 2000, però, è anche Trezeguet. Ed è proprio qui che la storia comincia a costruire uno dei suoi paradossi più belli: l’uomo che aveva spezzato il cuore dell’Italia a Rotterdam sarebbe stato presente anche a Berlino, ma stavolta come eroe inaspettato.

L’estasi di Berlino

Il Mondiale del 2006 porta Francia e Italia nuovamente allo stesso punto. Non è più la finale europea di una generazione appena esplosa, ma il confronto tra due squadre che arrivano a Berlino attraverso percorsi molto diversi, ma con una quantità enorme di esperienza sulle spalle. Gli Azzurri venivano da un’estate difficilissima, segnata dallo scandalo Calciopoli e da una necessità di fare scudo contro critici e malelingue. Dall’altra parte invece Zidane aveva già deciso di chiudere la propria carriera internazionale e quel Mondiale sarebbe stato il suo ultimo torneo con la Francia. E anche in questo caso Francia-Italia comincia con un’immagine destinata a entrare nella storia.

Al settimo minuto Zidane si presenta dal dischetto e sceglie una soluzione quasi irriverente per una finale mondiale: un cucchiaio contro Gianluigi Buffon. Il pallone colpisce la parte inferiore della traversa e supera la linea. 1-0 Francia. Sembra quasi che la storia stia scegliendo ancora una volta lui, ma l’Italia reagisce. Al 19′ Marco Materazzi, proprio l’uomo che più avanti diventerà l’altro protagonista assoluto della serata, segna di testa e riporta la partita in equilibrio. Da quel momento Berlino diventa un catino di nervi a fior di pelle. L’Italia costruisce, la Francia risponde e poi sale di tono, imponendo una qualità probabilmente superiore. Buffon para, Zidane sfiora il gol di testa nei supplementari. Nessuno riesce a spezzare l’equilibrio.

Poi arriva il minuto 110, quello che ha finito per oscurare quasi tutto il resto della finale. Zidane e Materazzi sono vicini. Il francese reagisce a una provocazione e colpisce il difensore con una testata al petto. L’arbitro, dopo attimi di incomprensibile incertezza, lo espelle: il più grande giocatore francese della sua generazione esce dalla scena nel modo più inatteso possibile. È un’immagine talmente potente da essere diventata negli anni il simbolo di quella finale. Ma c’è un’altra coincidenza che rende Francia-Italia ancora più difficile da separare dalla memoria. Ai rigori, dopo l’1-1 dei supplementari, l’Italia vince 5-3 in una lotteria in cui tutti segnano fino all’errore di David Trezeguet, proprio colui che sei anni prima aveva segnato il golden gol contro l’Italia. La più incredibile manifestazione della legge del contrappasso si concretizza e l’Italia è campione del mondo per la quarta volta nella sua storia. E in meno di due ore tutto è capovolto, per la più dolce delle rivincite.

Il filo rosso

C’è perciò un chiaro motivo se la partita del 2 ottobre assume una dimensione diversa al netto del misero obiettivo in palio. Zidane non è semplicemente il nuovo commissario tecnico della Francia. È una figura che appartiene alla memoria stessa di questa sfida. È stato protagonista della Francia campione del mondo nel 1998, della Francia campione d’Europa nel 2000 e della Francia finalista mondiale nel 2006. E contro l’Italia ha vissuto alcune delle emozioni più alte e controverse della propria carriera.

Ora, vent’anni dopo, Zidane torna davanti all’Italia in una veste completamente diversa. Non dovrà più leggere la partita dalla posizione del trequartista, scegliere quando abbassarsi, accelerare, cercare il dialogo con Henry o chi per lui. La Francia gli ha affidato infatti la panchina della Nazionale dopo quattordici anni di Didier Deschamps, con cui peraltro aveva condiviso in campo quei due straordinari successi. La sua nomina, ufficializzata nell’estate del 2026, ha aperto una nuova fase già iniziata sotto una buona stella con due vittorie per 1-0 contro Turchia e Belgio. Sei punti nelle prime due giornate. L’Italia, dall’altra parte, ha a sua volta inaugurato una nuova fase con il ritorno di Roberto Mancini sulla panchina azzurra e questa partita arriva anche nel mezzo di due cicli appena nati, seppur sotto presupposti comunque diversi considerate necessità, ambizioni e soprattutto materiale umano.

Non soltanto 2000 e 2006

Sarebbe però sbagliato pensare che la rivalità viva soltanto nelle due finali. Nel 2008 ad esempio, agli Europei, Italia e Francia si ritrovano ancora. È una partita diversa, senza una coppa da assegnare, ma con una posta in palio comunque altissima. Gli Azzurri vincono 2-0 a Zurigo con il rigore di Andrea Pirlo e il gol di Daniele De Rossi, mentre la Francia chiude il girone all’ultimo posto. Poi ci sono le sfide del 2024 in Nations League: il 6 settembre, al Parco dei Principi, l’Italia vince 3-1 in rimonta contro la Francia mentre il 17 novembre, a San Siro, è invece la Francia a imporsi con lo stesso punteggio. Anche nell’epoca delle nuove generazioni, in sintesi, queste due squadre continuano a misurarsi l’una contro l’altra: il confronto del 2026 sarà il quarto incontro ufficiale tra le due nazionali in poco più di due anni.

La partita che arriva adesso

Il 2 ottobre, allo Stade de France, ci sarà dunque l’ennesimo capitolo di questa meravigliosa rivalità. Per la precisione, il numero 43 in gare ufficiali. Zidane ha cominciato il proprio mandato con sei punti e una squadra che, pur mostrando ancora inevitabilmente i segni di una fase di transizione, ha già lasciato intravedere cose importantissime anche sul piano della coralità del gioco. L’Italia arriva invece da una sconfitta e da una vittoria, con un gruppo profondamente rinnovato e nove giocatori alla prima convocazione nel nuovo ciclo. La partita di Parigi sarà dunque importante anche per il presente, ma è impossibile separarla completamente dal passato.

Il calcio internazionale vive di cicli. Cambiano giocatori, tecnici, sistemi di gioco, persino gli stadi. Ma alcune partite riescono a costruire una memoria propria, indipendente dagli uomini che le giocano e Francia-Italia è una di queste: ha attraversato il passaggio tra due generazioni del calcio europeo e, a distanza di vent’anni, ritrova proprio uno dei suoi protagonisti più importanti sulla panchina francese. Per questo venerdì sera, quando Francia e Italia entreranno in campo a Saint-Denis, la Nations League sarà soltanto il presente che fa da antipasto alla memoria. Perché, in una partita come questa, la memoria pesa sempre un po’ di più.

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