Premier League senza freni: già spesi oltre 2,7 miliardi. Ma arrivano nuove regole finanziarie
Tottenham (Shutterstock)
La Premier League continua a viaggiare su una dimensione economica completamente diversa rispetto al resto d’Europa. La sessione estiva non è ancora terminata, ma i club inglesi hanno già superato quota 2,7 miliardi di euro di investimenti, confermando una capacità di spesa che non ha eguali negli altri principali campionati europei. Un dato ancora più significativo se rapportato alla recente introduzione del nuovo sistema di controllo finanziario voluto dalla lega proprio con l’obiettivo di limitare la crescita dei costi. Eppure, almeno per il momento, il mercato racconta una realtà completamente diversa.
I ricavi della Premier
La forza della Premier League nasce soprattutto dalla sua enorme capacità di generare ricavi. Per la stagione in corso, il giro d’affari complessivo dovrebbe arrivare a circa 7,4 miliardi di sterline, grazie soprattutto ai diritti televisivi, alle entrate commerciali e ai risultati ottenuti dai club inglesi nelle competizioni europee. Numeri impressionanti, ma che non significano necessariamente redditività. Nel complesso, infatti, la Premier League non registra un utile dalla stagione 2017/18. E il mercato estivo sembra confermare quanto sia diventato aggressivo il livello degli investimenti.
Le grandi spese estive
Il Tottenham ha già superato i 350 milioni di euro di spesa, mentre alcune operazioni hanno riportato le cifre dei trasferimenti su livelli ormai abituali soltanto per il calcio inglese. Il Chelsea ha investito 138 milioni per Morgan Rogers, mentre il Manchester City ha pagato 135 milioni per Elliot Anderson dal Nottingham Forest. Operazioni che testimoniano come i cartellini oltre i 100 milioni di euro siano ormai tutt’altro che eccezionali in Premier.
Le nuove regole della Premier
Proprio per provare a tenere sotto controllo questa escalation, la lega ha mandato in pensione il precedente sistema delle Profitability and Sustainability Regulations (PSR), introducendo lo Squad Cost Ratio (SCR). Il nuovo meccanismo prevede che i club non possano destinare più dell’85% dei ricavi prodotti dalle attività calcistiche ai costi della rosa. Nel calcolo rientrano gli stipendi dei giocatori, gli ammortamenti dei trasferimenti, le commissioni agli agenti e i compensi dello staff tecnico. Il rischio, però, è che la nuova regola finisca per accentuare proprio le differenze che vorrebbe ridurre. I club capaci di generare i ricavi più elevati continueranno infatti ad avere margini enormi per investire, mentre le società con una capacità economica inferiore potrebbero vedere aumentare ulteriormente il divario.