“One Battle After Another”, il favorito scomodo agli Oscar
DiCaprio Del Toro Oscar
Ormai non è più solo una sensazione: One Battle After Another di Paul Thomas Anderson è diventato il film da battere nella stagione dei premi. I segnali sono arrivati uno dopo l’altro e hanno dissolto ogni dubbio. La vittoria come miglior film ai Gotham Awards, il riconoscimento del New York Film Critics Circle e il dominio ai National Board of Review Awards hanno costruito una narrazione ormai difficilmente ignorabile. A questo si sono aggiunti i Critics Choice Awards, dove il film ha conquistato miglior film, regia e sceneggiatura non originale. Il sigillo definitivo, almeno sul piano simbolico, è arrivato con le nove candidature ai Golden Globe Awards, in programma l’11 gennaio 2026. Anche le parole sorprese dello stesso Anderson, pronunciate ai Gotham, suonano oggi quasi profetiche: la stagione è lunga, ma i suoi ringraziamenti sembrano appena all’inizio.
Un film politico e fuori dagli schemi
One Battle After Another si è imposto non solo per il suo palmarès, ma per la forza del racconto. Il rapporto padre-figlia sullo sfondo di una resistenza politica che ritorna ciclicamente, l’incipit ambientato in un centro di detenzione per immigrati e una messa in scena che dialoga apertamente con l’attualità hanno colpito critica e addetti ai lavori. Eppure il film resta un’anomalia nel panorama Oscar: ha saltato i grandi festival, è prodotto da uno studio importante come Warner Bros., ma non è mai diventato un successo di massa. Una contraddizione che ricorda precedenti illustri come The Hurt Locker, Moonlight o Nomadland, film premiatissimi ma lontani dalle logiche del grande botteghino. Negli ultimi anni l’Academy ha dimostrato di saper guardare oltre il mainstream, premiando opere di rottura come Parasite o Everything Everywhere All at Once, e One Battle After Another sembra inserirsi perfettamente in questa linea.
Favorito senza pubblico, ma con un’idea di cinema
Il vero nodo resta economico. Con un budget produttivo stimato intorno ai 130 milioni di dollari, più un marketing altrettanto oneroso, il film fatica a raggiungere il pareggio, nonostante incassi solidi per un’opera adulta e di quasi tre ore. Le stime di perdita, contestate dallo studio, alimentano il paradosso di un favorito agli Oscar “senza portafoglio”. Ma in una stagione in cui molti titoli ambiziosi hanno deluso, anche questo aspetto sembra trasformarsi in un segno distintivo. Il sostegno critico resta fortissimo, così come la percezione che Anderson stia difendendo un certo tipo di cinema, costoso, rischioso e sempre più raro. Che vinca o meno la notte degli Oscar del 15 marzo, One Battle After Another ha già lanciato la sua sfida: dimostrare che, anche oggi, un film può contare più per ciò che rappresenta che per quanto incassa.