Real-Atlético, perché Madrid ha due squadre (e non solo): storia e identità del derby

Icona Autore Marco Ercole
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Giuliano Simeone e Vinicius Jr nel derby di Madrid (Shutterstock)

Madrid non ha soltanto due squadre. C’è il Rayo Vallecano, espressione fortissima dell’identità di Vallecas e probabilmente il club che più autenticamente può rivendicare l’etichetta di squadra popolare della capitale. Nell’area metropolitana c’è poi il Getafe. Ma quando Madrid si divide davvero, quando il calcio diventa appartenenza e una partita stabilisce da quale parte della città stare, le due grandi protagoniste sono Real e Atlético.

Domenica 20 settembre, al Riyadh Air Metropolitano, torneranno una di fronte all’altra. E per comprendere davvero il Derbi Madrileño non basta osservare la classifica o confrontare le formazioni. Bisogna rispondere a una domanda apparentemente elementare: perché Madrid ha due grandi squadre?

Dietro Real e Atlético ci sono infatti due modi differenti di raccontare la stessa città. Da una parte il club più vincente d’Europa, abituato a considerare il successo quasi una condizione naturale della propria esistenza. Dall’altra una società che ha trasformato per decenni la convivenza con un gigante in un elemento della propria identità. Il Real deve vincere. L’Atlético deve dimostrare di poterlo battere. Una differenza sottile che ha alimentato più di cent’anni di rivalità.

1902-1903: nascono le due grandi rivali

Le loro storie cominciano praticamente insieme. Il Madrid Foot-Ball Club viene costituito ufficialmente nel 1902. Un anno più tardi, il 26 aprile 1903, tre studenti baschi e 24 studenti madrileni fondano l’Athletic Club de Madrid, inizialmente legato all’Athletic Club di Bilbao.

Il futuro Atlético nasce dunque come una sorta di filiale madrilena del club basco, mentre il Madrid aveva già iniziato a costruire la propria autonomia. Le due società impiegano poco a incrociarsi nelle competizioni regionali. I primi derby risalgono all’inizio del Novecento e con il passare degli anni il rapporto diventa sempre più competitivo.

Un passaggio decisivo arriva negli anni Venti. Il calcio spagnolo si avvicina progressivamente al professionismo e i club iniziano a contendersi non soltanto risultati e prestigio, ma anche i migliori giocatori. La rivalità comincia così ad assumere caratteristiche molto più simili a quelle contemporanee. Nel 1929 nasce la Liga e Real e Atlético sono tra i protagonisti della nuova competizione nazionale. A quel punto non si tratta più soltanto di stabilire chi comanda a Madrid. La posta in gioco diventa il predominio sul calcio spagnolo.

Real dei ricchi, Atlético del popolo? Il mito da sfatare

È probabilmente il racconto più conosciuto sul derby: il Real sarebbe nato come squadra dell’aristocrazia e della borghesia, mentre l’Atlético rappresenterebbe operai e classi popolari. Una contrapposizione affascinante, perfetta per raccontare una rivalità calcistica. Ma storicamente troppo semplice.

Le ricerche dell’Universidad Carlos III de Madrid hanno evidenziato come entrambi i club abbiano in realtà radici riconducibili alle borghesie arrivate nella capitale da altre zone della Spagna. Juan Padrós, primo presidente del Madrid, apparteneva a una famiglia catalana impegnata nel commercio tessile. Enrique Allende, primo presidente dell’Athletic Club de Madrid, aveva invece importanti interessi economici nell’industria mineraria e ferroviaria.

L’identificazione dell’Atlético con il popolo si costruirà soprattutto successivamente. E c’è un altro dettaglio significativo: se si cerca a Madrid una squadra profondamente legata a un quartiere operaio, il riferimento più immediato è il Rayo Vallecano.

Questo non significa che la differenza sociale tra le tifoserie sia completamente inventata. Con il passare dei decenni Real e Atlético hanno effettivamente raccolto sensibilità differenti. Ma ciò che oggi percepiamo è soprattutto il risultato di oltre un secolo di costruzione dell’identità.

Guerra civile e franchismo: una storia più complessa

Anche l’idea del Real Madrid come “squadra di Franco” necessita di parecchie precisazioni. Durante la Guerra civile la storia del club blanco fu tutt’altro che vicina al futuro regime. Il Madrid venne posto sotto il controllo del Frente Popular e nel dopoguerra alcuni suoi dirigenti furono sottoposti a indagini.

La situazione dell’Atlético fu quasi opposta. Dopo il conflitto il club si unì all’Aviación Nacional, formazione legata all’Aeronautica militare, diventando Athletic Aviación de Madrid e successivamente Atlético Aviación. Proprio in questa fase conquistò i campionati del 1939-40 e 1940-41 e godette di un rapporto privileged con l’ambiente militare.

Il grande cambiamento avvenne negli anni Cinquanta. Sotto la presidenza di Santiago Bernabéu, con Alfredo Di Stéfano come simbolo, il Real diventò una potenza internazionale conquistando consecutivamente le prime cinque Coppe dei Campioni. Il regime comprese inevitabilmente il valore propagandistico dei successi di una squadra spagnola capace di dominare l’Europa.

Da quel momento Real Madrid, successo e potere finirono progressivamente per sovrapporsi nell’immaginario collettivo. Ma trasformare questa relazione nella formula “Real squadra del regime, Atlético squadra contro il regime” non sarebbe corretto e significherebbe cancellare una parte importante della storia.

Bernabéu e Manzanares: anche Madrid si divide

Con il passare degli anni la geografia contribuì invece concretamente alla costruzione delle due identità. Il Real stabilì il proprio centro nel nord della capitale, lungo il Paseo de la Castellana, dove dal 1947 sorge il Santiago Bernabéu. L’Atlético avrebbe invece legato una parte fondamentale della propria storia alla zona meridionale della città e soprattutto al Manzanares.

Nel 1966 venne inaugurato lo stadio che successivamente avrebbe assunto il nome di Vicente Calderón. La vicinanza a quartieri popolari e operai contribuì moltissimo alla definitiva identificazione dell’Atlético con una Madrid diversa rispetto a quella rappresentata dal Real. Nel 2017 i colchoneros hanno lasciato il Calderón per trasferirsi nel Metropolitano, oggi Riyadh Air Metropolitano. È cambiata la mappa, ma non il significato della rivalità.

Anche i soprannomi raccontano questa separazione. I giocatori del Real sono blancos o merengues, riferimento immediato alla maglia completamente bianca. Quelli dell’Atlético sono invece colchoneros, “materassai”: le tradizionali strisce biancorosse ricordavano infatti le tele utilizzate un tempo per rivestire i materassi.

Due filosofie opposte

La vera distanza contemporanea tra Real e Atlético non è però economica o geografica. È filosofica. Il Real Madrid ha sviluppato qualcosa di rarissimo nello sport: una cultura nella quale vincere non rappresenta un evento eccezionale, ma la normalità. Ogni stagione senza grandi trofei rischia di essere considerata insufficiente. Il Bernabéu può fischiare persino campioni assoluti perché il metro di giudizio non è quello utilizzato altrove.

È la conseguenza di una storia irripetibile, costruita attraverso generazioni di fuoriclasse e soprattutto sulle Coppe dei Campioni e sulle Champions League. Da Di Stéfano a Cristiano Ronaldo, passando per Puskás, Zidane, Raúl e le altre stelle che hanno indossato la camiseta blanca, il Real ha alimentato continuamente l’idea di essere destinato alla grandezza.

L’Atlético ha costruito la propria mistica quasi al contrario. Soffrire, resistere, combattere. Non arrendersi davanti a un avversario teoricamente superiore. È una cultura che precede Diego Simeone, ma che nel tecnico argentino ha trovato dal 2011 la sua incarnazione perfetta. Il cholismo non ha inventato l’Atlético: gli ha dato una forma riconoscibile in tutto il mondo.

Simeone e la fine del complesso

Per comprendere quanto fosse diventata pesante la superiorità del Real basta un dato. Tra il 1999 e il 2013 l’Atlético non riuscì mai a battere i rivali cittadini in una partita ufficiale. Quattordici anni senza una vittoria nel derby. Nel mezzo ci furono persino la retrocessione dell’Atlético in Segunda División nel 2000 e il contemporaneo ritorno del Real sul trono d’Europa.

Poi arrivò Simeone.

Il 17 maggio 2013 la maledizione terminò nel posto più significativo possibile. Finale di Copa del Rey, Santiago Bernabéu. Cristiano Ronaldo portò avanti il Real, Diego Costa pareggiò e nei supplementari Miranda firmò il 2-1. L’Atlético vinse la coppa in casa del proprio rivale.

Non fu semplicemente un trofeo. Fu la dimostrazione che il Real poteva essere battuto. Da quel momento il derby cambiò.

L’anno successivo l’Atlético di Simeone conquistò addirittura la Liga pareggiando all’ultima giornata al Camp Nou contro il Barcellona. Madrid tornava ad avere due squadre capaci di competere ai massimi livelli.

Lisbona e Milano, le due ferite

Il paradosso è che proprio quando l’Atlético tornò abbastanza forte da guardare negli occhi il Real, il derby produsse le due sconfitte probabilmente più dolorose della storia colchonera.

Il 24 maggio 2014 le due squadre si affrontarono a Lisbona nella finale di Champions League. Non era mai successo che due club della stessa città si contendessero il massimo trofeo europeo.

L’Atlético passò in vantaggio con Diego Godín e arrivò a pochi secondi dal diventare campione d’Europa. Poi, al 93′, Sergio Ramos colpì di testa sul calcio d’angolo di Modrić. Pareggio. Nei supplementari l’Atlético crollò: Bale, Marcelo e Cristiano Ronaldo completarono il 4-1 e consegnarono al Real la tanto attesa Décima.

Due anni dopo la storia offrì ai colchoneros la possibilità di vendicarsi. Finale di Champions a Milano, ancora Real-Atlético. Ramos segnò, Carrasco pareggiò. Dopo 120 minuti si arrivò ai rigori. Juanfran colpì il palo, Cristiano Ronaldo realizzò il penalty decisivo.

Ancora il Real. Ancora davanti all’Europa intera.

L’Atlético avrebbe ottenuto una parziale rivincita nel 2018, battendo 4-2 i blancos dopo i supplementari nella Supercoppa Europea. Ma Lisbona e Milano appartengono ormai alla mitologia del derby.

Perché Madrid ha bisogno di entrambe

È qui che si arriva alla risposta alla domanda iniziale. Madrid non possiede semplicemente due grandi club: ha costruito attraverso di loro due differenti modi di vivere il calcio.

Il Real rappresenta l’aspirazione alla grandezza senza limiti. È il club per il quale una Champions vinta non conclude una storia, ma prepara la successiva. La sua stessa identità dipende dal successo.

L’Atlético rappresenta invece la sfida permanente a quella superiorità. Essere colchonero significa anche convivere con un vicino che possiede più trofei, più Champions e una dimensione globale superiore, senza accettare per questo di sentirsi secondi.

È proprio questa sproporzione ad aver reso il derby così particolare. Real e Atlético non hanno bisogno di possedere lo stesso palmarès per considerarsi nemici alla pari quando entrano in campo.

Domenica 20 settembre, alle 16.15, il Metropolitano tornerà a dividersi tra il bianco e il biancorosso. Ci saranno punti da conquistare, una classifica da muovere e una stagione da indirizzare. Ma sotto la partita del 2026 ne continuerà un’altra, iniziata più di centoventi anni fa.

Quella tra una squadra cresciuta pensando che vincere fosse il proprio destino e un’altra che ha trasformato la sfida al gigante nella propria ragione d’essere.

Per questo Madrid ha due grandi squadre. Senza l’Atlético, il Real continuerebbe probabilmente a essere il Real, ma perderebbe il vicino che può colpirlo nel luogo in cui fa più male: a casa sua. Senza il Real, invece, l’Atlético perderebbe una parte fondamentale della propria identità. Perché essere colchonero significa anche questo: guardare il gigante dall’altra parte della città e continuare, ogni volta, a credere di poterlo battere.

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