È morto Evaristo Beccalossi: addio alla bandiera dell’Inter
Evaristo Beccalossi (Shutterstock)
Si è spento a 69 anni Evaristo Beccalossi, uno dei talenti più iconici del calcio italiano tra anni ’70 e ’80. L’ex numero 10 dell’Inter è morto nella notte a Brescia, nella clinica Poliambulanza, dopo oltre un anno in condizioni di salute molto critiche. Avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio, ma il suo fisico non ha retto alle conseguenze di una grave emorragia cerebrale che lo aveva colpito nel gennaio 2025, da cui non si era mai completamente ripreso.
La malattia: dall’emorragia cerebrale al lungo coma
Il dramma era iniziato all’improvviso, quando Beccalossi era stato colpito da un’emorragia cerebrale nella sua abitazione. Ricoverato d’urgenza a Brescia, era entrato in coma per 47 giorni, con i medici che avevano inizialmente espresso forti dubbi sulla possibilità di sopravvivenza. Il risveglio aveva acceso una speranza, ma il percorso di recupero si è rivelato lungo e complesso. Negli ultimi mesi le sue condizioni sono rimaste fragili, fino al peggioramento definitivo che ha portato alla scomparsa.
La carriera di Evaristo Beccalossi: talento geniale e simbolo dell’Inter
Fantasia, tecnica e imprevedibilità: Beccalossi è stato uno dei numeri 10 più puri del calcio italiano. Cresciuto nel Brescia, ha legato il proprio nome soprattutto all’Inter, con cui ha disputato 216 partite e segnato 37 reti vincendo lo scudetto del 1980 e una Coppa Italia. Giocatore estroso e fuori dagli schemi, era capace di accendere la partita con giocate improvvise e decisive, diventando un idolo della tifoseria nerazzurra. Dopo l’esperienza milanese, ha vestito anche le maglie di Sampdoria, Monza e di altri club delle serie minori.
L’eredità di Beccalossi: un numero 10 fuori dal tempo
Più che i numeri, a definire Beccalossi è sempre stato lo stile. In un calcio sempre più tattico e strutturato, lui rappresentava l’imprevedibilità pura: un artista del pallone, capace di dividere ma impossibile da ignorare. Dopo il ritiro è rimasto nel mondo del calcio come dirigente, opinionista e figura di riferimento, mantenendo un legame profondo con l’ambiente nerazzurro e con la sua Brescia. La sua scomparsa lascia un vuoto che va oltre il campo: se ne va uno degli ultimi interpreti autentici del ruolo di fantasista, un numero 10 “libero” in un calcio che oggi ne vede sempre meno. Un pezzo di storia del calcio italiano che difficilmente verrà replicato.